Trekking d’Abruzzo, come in un quadro di Van Gogh. Prima parte.

settembre 19, 2018 0 Di Alex Vigliani

Alla fine di una grande avventura c’è sempre bisogno di qualche giorno per sedimentare le emozioni, far decantare le immagini e centrare ciò che si vuol dire. Quel che si vuol raccontare.
La parte più difficile, d’altronde, non è camminare, se si è abituati a farlo, piuttosto far arrivare ciò che si è vissuto, senza perdersi nell’elenco cronologico delle cose viste, rischiando dunque di perdersi nella spiegazione di fotogrammi impalpabili.

Un viaggio, un itinerario, un percorso come già detto in altre occasioni, comincia il giorno in cui si mette la matita su una cartina e si decide di tracciare un percorso di fantasia, inerpicarsi su linee di livello con l’ausilio di una bussola e dare un senso a quel che si andrà a provare.
Perché bisogna provare.
Perché lo scarpone deve saggiare la terra.
Perché la mente deve registrare ogni passo.

Comincia così il trekking d’Abruzzo. Due giorni che prendono piede camminando e che vengono proposti dall’Associazione di cui faccio parte, per le giornate del 15 e del 16 settembre dopo il sopralluogo avvenuto in agosto. Un fine settimana preludio di un autunno tardivo, che ancora lascia la porta aperta a un’estate mai stata tale. Così la temperatura è quella giusta: non fa troppo caldo e, pur girovagando al di sopra dei 1000 m, il tempo non è quello che anticipa foglie ingiallite e alberi spogli.
Siamo in 20. Un numero perfetto. Una “spedizione” di belle teste, buone gambe e sorrisi che hanno risposto “presente” ai 40 km in programma e ai quasi 1700 m di dislivello.
Con noi c’è anche un abruzzese, Roberto, arriva da Pescara. Lui è il nuovo del gruppo, seguito da Rosa e Massimo, escursionisti di Arpino (Fr) alla loro seconda esperienza con gli itinarranti ma privi di qualsiasi timore reverenziale, ancor più perché capiscono fin da subito lo spirito di un’associazione né agonistica né sportiva, ma culturale, dove il cammino è parte di un processo comunitario e non prova fisica.

Arriviamo al rifugio Racollo, punto di partenza del nostro trekking, e ad attenderci ci sono tre “ciuchini”. Somarelli che non hanno alcuna paura, anzi, si avvicinano per chiedere cibo. L’incontro, casuale, che per altri non avrebbe voluto dire niente, per un gruppo di escursionisti è umore che tocca vette inaspettate. Per molti di noi vuol dire solo una cosa: un buon principio per questi due giorni!
Ci incamminiamo e in breve tempo siamo immersi nella natura. All’orizzonte appaiono i ruderi di Santa Maria del Monte, resti dell’attività benedettina della zona che raggiungiamo addentrandoci tra quelle che un tempo dovevano essere mura imponenti fatte di pietra. Un luogo suggestivo, reso addirittura magico dalle montagne sacre dell’Appennino centrale che svettano sul fondo valle: Gran Sasso, Camicia, Prena. Tutte lì a farsi notare, in bella mostra, alle prime luci del trekking d’Abruzzo.

Qualche foto, una battuta e si riprende a camminare, destinazione Santo Stefano di Sessanio. Saliscendi e colori che infiammano la mente, incendiano la passione nel cuore. Fin da subito, tra quelle distese dove all’orizzonte già s’appresta il castello di Rocca Calascio, è forte l’empatia con il contesto naturale che ci circonda. Declivi decisi o più dolci, macchie più scure di cielo e di terra, tutto sembra disegnato da una mano sapiente. E muovendo i nostri passi accarezziamo quell’ambiente che a breve muterà con il freddo respiro dell’inverno. Ma adesso ogni stelo piegato dal vento, ogni cardo che graffia le nostre gambe, s’aggrappa alla schiena delle nostre sensazioni dandoci indietro impressioni settembrine.
Il campanile prima, il lago di Santo Stefano poi, sono un miraggio, qualcuno ammette di emozionarsi all’aprirsi della vista su quello che è uno dei borghi più belli d’Italia. Ferito dal terremoto del 2009, ma vivo e sempre bello.

Sulle sponde del lago, sotto una pineta, ci riposiamo. Mangiamo e ci dirigiamo verso Santo Stefano imboccando un sentiero che sale fino a una dell’entrate del borgo. Qui attraverso un vicolo strettissimo come porta dimensionale a dare accesso a un altro mondo. Godiamo di colpo della calma di un pastore maremmano disteso a terra. E poi di vasi di fiori appesi alle pareti, localini caratteristici, luoghi incontaminati dove l’atmosfera del borgo è rimasta intatta.
Un caffè, nella “cocumella” napoletana con scenografico servizio del pittoresco locandiere.
Santo Stefano di Sessanio, per me la quarta volta, ma sempre come fosse la prima: un’emozione nuova che sembra trascinarmi in un quadro di Van Gogh.
Ripartiamo. Per giungere a Rocca Calascio c’è ancora tanta strada, ma i paesaggi distraggono dalla fatica, dal peso dei nostri zaini, si fanno carico dei nostri limiti umani e ci trasportano oltre, fin sopra una brecciata dove la pioggia ci coglie già pronti.
Copriamo gli zaini e indossiamo gli impermeabili, il passo sicuro ci porta ormai al di sotto del profilo del Castello di Rocca Calascio, borgo in cui ci fermiamo per un aperitivo comunitario e per poggiare gli zaini presso il rifugio.
Al castello saliamo al tramonto. E mai scelta fu più azzeccata. Non c’è il classico cielo arrossato, stavolta coperto dalle nubi della leggera pioggia del pomeriggio, ma un unico grande imponente fascio di luce che squarciando il cielo si infrange su uno sperone di roccia. Un unico fotogramma, un’immagine ermetica per emettere sentenza di bellezza che in tanti immortaliamo chi con la macchina fotografica, chi con il cellulare.
Questa è l’immagine più diretta della visita a Rocca Calascio, 1450 m, location di film come Ladyhawke. Ci attardiamo ancora qualche minuto, a spiare tra le fenditure del castello la sera, all’orizzonte, che avvolge in un abbraccio la luce del giorno.

Fine prima parte.