Il promontorio del Circeo. Di riti, magie e ascese mistiche d’Occidente.

ottobre 2, 2018 0 Di Alex Vigliani

Mentre il sole bacia forte la mia testa e il mare da lontano fa da specchio al cielo, non è difficile perdersi tra i richiami di un mondo lontano, ma così vicino da portarmelo addirittura dentro.
Circeo, dalla Via del Sole in salita verso Picco di Circe. Il percorso più naturale, quello più umano, inteso come adeso alla storia dell’uomo.
E così, mentre con malcelata fatica affrontiamo la prima decisa salita verso “Crocette” ecumenica, addirittura empatica è la condivisione di quei passi, seppur con 3000 anni di ritardo.
Ci penso. Non riesco a non farlo. Chissà quali pensieri doveva destare la vista di Circe ai nostri avi, quando superando le montagne – normali spartiacque tra terra, palude e poi mare, si ergeva all’orizzonte, stagliandosi ritta fino al cielo come un pensiero verticale che aspira all’infinito. Lei, divinità che per i più colti, ispirava leggende e mistici ellenici racconti. Lei il cui naso sembra odorare il cielo, giocar con le nubi e infine distendersi nel mare. Sola come un’isola ma ancorata alla terra e ai sogni dell’uomo.

Guardo in alto. Cerco il punto in cui doveva sorgere, sul punto più alto o appena più in là, difeso da mura che si dicevano costruite dai giganti, un luogo che uomini e donne andavano a onorare, risalendo il crinale e rischiando la vita come massimo sacrificio. E di tanto in tanto, per riprendere fiato, così come faccio io, guardando verso il mare si perdevano nella formula: altezza del monte per eternità del cielo e del mare. E lì, all’incrocio dei venti, proprio lì, doveva nascere il tempio dedicato a Circe prima, a Venere poi.

Circe temibile e ammaliatrice. Così tanto che ancora oggi è impossibile resisterle, non immaginare almeno una volta di salire sul suo dorso, farsi rapire dal canto del vento e raggiungerne il picco, il tempio, il luogo più vicino al cielo.
Un gesto, quell’ascesa, che ripercorre passo dopo passo, mani che s’aggrappano, gesta, emozioni e visioni di antichi uomini che andavano al cospetto degli dei, del mare, della verde piana che verso Anxur all’occhio si perdeva.

E poco importa che oggi il verde e la palude abbiano lasciato spazio ad altri paesaggi, purtroppo per l’uno, per fortuna per l’altra, poiché la magia di un luogo, patrimonio della storia umana, resta invariata, così come il fascino di una dea addormentata e pur sempre per sempre giovane i cui capelli sono il mare e il corpo, sinuoso, richiamo d’amore per l’uomo, per l’albero, per l’animale.

Quali emozioni per mente, spirito e cuore doveva far nascere la vista della Dea tra le colonne del tempio. Nemmeno immaginabile cosa poteva provare chi camminando per giorni, superando piane e paludi sudicie di malaria, trovandosi dinanzi ad essa, risalendo tra boschi e infine su rocce dure con calzari adatti al fango, alla palude, al lavoro ma non a quel percorso, poteva poi riposarsi al caldo dei doni fatti agli occhi di Circe, col cuore ormai colmo d’amore, perdendosi negli incredibili miraggi e cercando – all’orizzonte – il mito d’Ulisse e il canto delle sirene.
Ritorno in me, alla mia condizione di moderno Occidentale, ai miei scarponi così saldi alla terra, alle mie braccia sudate, alle mie gambe ormai prossime alla vetta. E quasi mi sembra, ormai rapito in mille flashback non vissuti, di offenderla calpestando la vetta e rendere poco onore al viaggio di quegli uomini: al loro culto da mistici dell’Occidente.
Respiro e mi appresto all’ultimo passo. Oggi il culto, feticcio di Circe, non è perduto, inserito nei codici genetici del DNA di alcuni uomini che oltre la vetta e l’ascesa sanno ascoltare il vento, la storia, il richiamo di un’isola che resta tale fin quando non si è poi in sua prossimità, trasformandosi in Dea dal corpo sinuoso e in ponte di terra tra il mito e la realtà.