La magia dei Monti Simbruini nella notte della luna grande.

febbraio 20, 2019 1 Di Alex Vigliani

Metti una notte di plenilunio. Metti che c’è la superluna/bigluna/luna di neve che poi è sbagliato chiamarla così perché nient’altro che plenilunio e massima vicinanza alla terra del nostro satellite lungo il suo perigeo.
Metti i Monti Simbruini, la bellezza dei Colli Staffi, la neve a terra, le ciaspole ai piedi, un rifugio, il Viperella, aperto nel mezzo del bianco tendente al blu sfumato del pallore lunare.
Eravamo alla ricerca di emozioni. Cacciatori di immagini da prendere e tenere nel cuore. Le abbiamo trovate. A ogni passo, diretti verso la luce della luna, talmente forte che le nostre ombre si allungavano a terra come d’agosto nelle ore pomeridiane di calura.
Paesaggi che avevamo in fondo attraversato, con altri, il 6 gennaio scorso ma che in quella che si è rivelata una notte magica, si sono trasformati e modellati mille volte in qualcosa di mai visto, non viaggiato come certe cartoline intonse. A ogni passo la meraviglia di tintinnanti cristalli a precipitare nella penombra lunare. Come su un altro pianeta. E intorno i panorami, la rilucente coltre che diventa argentata disegnando le sinuosità di vette aspre rese morbide dalla seta intessa dalla luna, dalla notte, dal bianco.
Camminare, scivolare sulla neve. Il rumore delle nostre ciaspole sulla coltre indurita, accompagnati da uno stridere che occupa tutto lo spazio intorno al nostro sistema uditivo. Così, appena ci fermiamo, l’effetto doppler dei nostri passi ci raggiunge per un attimo prima di essere sopraffatto dal silenzio, mentre ritmi cardiaci tornano normali e i respiri si quietano.
Ancora una valle, ancora una discesa per rituffarsi ancora nei giochi di luce della luna. Ancora un passo, qualcuno ha bisogno di qualche attimo in più e con ultimo slancio giungiamo sulla spirale puntuta del Monte Viperella sassi e pietre a vista.

All’orizzonte il profilo inconfondibile del Velino, la piana del Fucino illuminata e puntinata da mille antropizzazioni differenti. Eppure tutto sembra sospeso, anche le luci rosse di un impianto eolico sembrano cantare di poesia e nenie.
Cercavamo emozioni, diamine, le cercavamo e le abbiamo trovate. Ancora una volta la risposta è arrivata dal camminare in gruppo, dal meravigliarsi e condividere quel paesaggio che non sarà mai nostro per senso di possesso, perché forse è vero il contrario: a esso apparteniamo, a esso ritorniamo per meravigliarci nel guardare con nostalgia la nostra rifrazione ad anni luce di distanza post moderna.

Foto 1: Francesca Mattiello
Foto 2: Salvatore Ferrara