Di come ho incontrato Moulin sul monte Marrone, pittore francese eremita nel Molise dei sogni

febbraio 28, 2019 1 Di Alex Vigliani

Nel mio cammino ho incontrato Moulin, Charles Moulin.
Salendo sulla vetta del Marrone, attraverso faggete di esemplari giganti e grandi segreti come solo il bosco sa trattenere, guadando torrenti di nevi disciolte e rimirando il cielo tra le fessure che tra i rami lascian passare il blu cobalto, si giunge ai 1800 m del Monte Marrone, là dove il bosco finisce. Si esce dalla penombra degli alberi, ci si divincola dagli abbracci ramificati di faggi e carpini e rose selvatiche per giungere sotto l’occhio severo del Monte a Mare o della Ferruccia.
Una mano invisibile sembra rubare il respiro. Lo fa mentre l’affaccio superbo su tutto il Molise dà indietro una sensazione di libertà che non ti aspetti.
E poi l’Abruzzo, la cresta familiare di alcune vette a increspare l’orizzonte.
Ultimi giorni di inverno, il cielo scende come uccello da rapina, il vento gioca a rincorrersi con le foglie e alza sbuffi di neve, quella rimasta, fredda e compatta, dura che sembra ghiaccio.
Qui gli alpini italiani combatterono una guerra feroce contro i tedeschi nella seconda guerra mondiale. Qui soldati un tempo alleati, si scambiarono convenevoli di piombo fino a tenere gli italiani e perdere i tedeschi, la vetta del Marrone, del Monte a Mare, del Ferruccio.
Diversi punti raccontano la battaglia, la croce sullo sperone del Marrone è a ricordo dei combattimenti.

Io Moulin lo incontro così. Quasi per caso, mentre cerco una strada più agevole e con meno ghiaccio e neve indurita, con meno pendenza e che mi permetta di non scivolare. E così, invece di cadere a terra, con i miei scarponi suscettibili alle favole, cado sul sogno e sulla vita di Charles Moulin. Pittore parigino che tra il 1911 e il 1919 decise di lasciare la grande città francese per rifugiarsi nel silenzio delle Mainarde, in Molise, ai piedi del Monte Marrone.
Caduta soffice, la mia, attutita da erbe medicamentose, quelle che Moulin conosceva e dava agli abitanti di Castelnuovo al Volturno che stavano male, quelle con cui faceva colori che poi utilizzava per i propri dipinti.
E in Molise ci era arrivato seguendo la mappa mentale del Coia, zampognaro molisano che in Francia sbarcava il lunario, che con l’amore di cui solo un emigrante è capace, gli aveva dipinto con le parole una terra magica, fatta di luoghi incredibili, di fiumi, di montagne e di paesaggi indimenticabili.
La porta si apre su un piccolo mondo. E a me sembra di vedere il pittore, sento la sua antica cortesia, avverto l’odore che fanno le poche cose da mangiare. Quel formaggio barattato con un dipinto e poco altro.
A Castelnuovo, sul Monte Marrone, Moulin aveva costruito la sua casa e la sua fama da pittore eremita. Una fama talmente forte da diventare suggestione, quasi mito, tanto da richiamare bambini, che su per la montagna andavano a imparare il francese – il pittore impartiva lezioni – o semplicemente, incuriositi, andavano a trovare l’uomo orso che viveva tra i boschi, parlava agli animali e dipingeva il vento.
Moulin amava l’Italia, Moulin amava il Molise.
Seduto a terra, io, nel mezzo del suo rifugio che è eremo che è capanna che è condizione essenziale dell’animo. Seduto a terra, io, il silenzio è esperienza che mi lascia sognare, immaginare, ricostruire il vento dietro gli scuri o il crepitio di un fuoco acceso.
Un’ombra poi diventa carne. E ora io e quest’uomo con la barba bianca siamo vicini, lui con lo sguardo arcigno, la voce baritona e l’accento francese. Io che gli chiedo come si vive lontano da tutto, come si vive vicino a tutto l’essenziale, nel grembo di questa montagna che è madre severa. E lo guardo mentre con un mortaio mastica erba, ne fa medicina, ne fa colori.
Poi ritorno a me. Al mio zaino, ai miei piedi infilati dentro gli scarponi. Fuori qualche fiocco comincia a cadere, il tempo va cambiando. Fa freddo monsieur Moulin sarà meglio andare, un saluto alle pietre a secco sapientemente incastonate e a quest’uomo che scelse di essere bosco, di essere vento, di nutrire di silenzio ogni sua creazione.

Foto 1: Fame di Sud 
Foto 2: Stefano Chiaverisi