Il castello più importante del Lazio? Si trova a Sora (FR), è quello di San Casto.

giugno 14, 2019 0 Di Alex Vigliani

Il castello di Sora o di Rocca Sorella mi ha sempre affascinato. Forse perché è stato uno dei primi che ho visitato da infante, uno dei primi che mi ha trasmesso attraverso le pietre quella curiosità che ho sentito fin da subito trasformarsi in emozione poco sotto il diaframma.
Ci sono tornato ieri sera per la prima volta da Guida Ambientale AIGAE con l’obiettivo di interpretare e raccontare la salita che alla ex fortezza militare giunge tra rupi di roccia spioventi e un panorama che s’apre sul Liri e sulla Val di Roveto.

Le montagne, la luce che cala arrossando il tramonto e il profilo di Serra Alta, estrema propaggine dei Monti Ernici. Il castello di Sora è un luogo unico e anche se ridotto a rudere mantiene la sua magnificenza senza cedere il passo al tempo che noncurante della storia degli uomini sovrasta la cima come nubi veloci.
Fortezza inespugnabile che resiste a tutto. Ai terremoti, al vento, al tempo e resta simbolo e guardia di un confine e di una porta: quella degli Abruzzi.
Dai Volsci ai romani, dai romani ai longobardi e poi a Federico II che dichiarando guerra a Sora la distrusse ma non poté far nulla contro il castello, fino alle casate nobiliari dei Della Rovere o Cantelmo e a quel Carrara che restaurandolo ha dato alla fortezza l’immagine attuale che il viandante, l’escusionista può in parte vedere e in parte sognare.

La salita è colorata dall’iperico, profumata dalle fioriture di San Giovanni. Chiudere gli occhi, lasciarsi accarezzare dal vento è quasi obbligatorio per spezzare la tenaglia di questo caldo di giugno. Dinanzi le pietre bianche e levigate, all’ombra di un crollo che il caso ha voluto dolmen, si ha il senso del sacro. Mentre lo scalare disegna quasi l’approcciarsi a una piramide, alla destra si scorgono imponenti mura poligonali, le medesime che Tito Livio descrive e da cui popoli latini, resilienti alla romanizzazione, respingevano invasori.

La sera distende il suo velo, l’ombra delle torri cilindriche del castello si staglia. Nella zona del prato l’aria è fresca, le luci dei partecipanti sembrano stelle, i muri bianchi riflettono la luce di una luna imperfetta cui manca poco per essere piena.
Qui la storia è stratificata, al di sotto del piano di calpestio ci sono i resti dell’arx romana e un fitto dedalo di cunicoli che alcuni vogliono collegati con la piana di Sora.
Dal belvedere le luci della città sono scintigrafie di vita e da qui si comprende perché questo castello ebbe il privilegio d’essere nel regno di Napoli fortezza principale di un sistema di guardia che dalla Val di Roveto giungeva al Molise.
Ridiscendiamo scorgendo la via che porta alla rava rossa. Qui un ultimo cenno a quel Dio Silvano o Dio Pan che contava il tempo delle stagioni e le cui invocazioni chiedevano di essere mite e generoso, non troppo duro con l’umano mortale chino sui campi a guadagnarsi la fatica quotidiana.

L’abbraccio di Sora è il benvenuto del torrione aragonese adeso alla cattedrale, qui la vita frenetica della movida estiva riporta a più febbrili e caotiche esplorazioni urbane.
Ci togliamo dalle spalle la polvere rilucente di stelle e storia e riprendiamo la nostra via, consci e sicuri che domani sarà un’altra storia, un’altra avventura quella che vivremo.