Le origini contadine e pagane del giorno dei morti

ottobre 31, 2019 0 Di Alex Vigliani

di Alex Vigliani
Pagano. Pagus, villaggio.
Sgomberiamo il campo da dubbi: qualcosa di simile ad Halloween si è sempre festeggiato. Anche in Italia, anche nella vostra città, borgo, quartiere.
Sempre, poi soppiantato dai culti cristiani, ma quando eravamo contadini, allora sì che si festeggiava il Samhain o Ognissanti.

Siamo contadini, figli della terra, figlio del villaggio e della comunità. Del credo che dalla terra giunge ai boschi, dai boschi fino alle canopie e oltre il cielo e le stelle.
Siamo questo: una materia dissolubile e organica che non si arrende all’idea di essere carne e cerca nell’esistenza dello spirito, del Daimon, una risposta differente al deperimento del tempo.
Nudi e sperduti dinanzi alla notte, al sole che diventa meno accogliente e al freddo che si fa largo tra le case, noi uomini e donne abbiamo sempre avuto paura fino a quando non è giunta la città, le sue gabbie di cemento, il calorifero anziché il camino e il gas al posto della legna.
Così si potrebbe dire che nascono tutti i rituali. Dalla paura, dal desiderio di esorcizzare paure con manifestazioni collettive. Poco cambia se sia la preghiera verso il Dio dei cristiani o il tizzone acceso dal fuoco comune che rischiara la notte, scalda e protegge.
Il centro, il cerchio, il fuoco. E allora Halloween, Samhain, ognissanti? Figli della stessa cultura apotropaica ma di tempi differenti, di villaggi soprattutto diversi.
Così anticamente, nel mondo agro-pastorale, esistevano due stagioni: quella calda e quella fredda, quella ricca e quella povera, quella in cui si lavorava e si mangiava e si facevano scorte, quella in cui speravi che le scorte bastassero. Con l’arrivo dei primi freddi c’era la stasi delle attività agricole. Si chiudevano le ultime semine e con l’autunno che entrava in novembre anche gli ultimi raccolti.

All’inizio di questa stagione in cui anche le ultime foglie si lasciavano andare lentamente dai rami che le avevano sostenute si credeva che ci fosse un breve periodo in cui i morti potessero tornare nel mondo dei vivi.
Lo spazio si assottigliava. Un periodo di dodici giorni tra ottobre e l’inizio di novembre.
Dodici giorni che dovevano servire a riallineare l’andamento del calendario umano con il ciclo naturale delle cose.
Un vuoto temporale, uno spazio in cui tutto restava fermo.
Un anno lunare è composto di 12 mesi di circa 29 giorni e mezzo e più corto dell’anno solare di circa 12 giorni.
Il mondo contadino misurava le sue attività in base al calendario lunare, ma la natura faceva il suo corso in base al calendario solare.
Questa stasi, questo periodo di dodici giorni che sembra cadere nel vuoto è detto “dodemaemeron”, dodici giorni che portavano a un nuovo inizio. Un vero e proprio capodanno che terminava (o cominciava) l’11 novembre, giorno in cui le sementi che non fossero state piantate dovevano essere portate al mulino. Soprattutto, però, in questo lasso di tempo i morti si credeva potessero fare ritorno sulla terra, causa di quello spazio temporale ridotto sostenuto dal riposo della terra la quale priva di germogli lasciava spazio al ritorno dei morti che lì erano seppelliti.

Così nasce il giorno dei morti. E i rituali del pagus (vilaggio) e dei suoi abitanti (i pagani) erano diversi da regione a regione, anche solo da un paese all’altro della stessa provincia. Credenza comune vuole che nella notte “del giorno dei morti” i defunti vaghino in processione per la campagna.
La loro visione era vietata ai vivi e per vederli, ad esempio in Ciociaria, si poneva una ciotolina con dell’acqua all’interno (c’è chi ancora lo fa) e guardando il riflesso si diceva che nel mondo capovolto si potesse vedere la processione. Il compito dei vivi però era quello di imbandire la tavola e lasciarla così perché i defunti sarebbero tornati di notte prima di continuare la loro processione aiutata, nel vagare, dalle luci messe fuori dalla finestra. Lumi che in diverse regioni erano ricavati da zucche intagliate, ortaggio di stagione che veniva posto dinanzi casa in duplice funzione: per illuminare e per spaventare eventuali spiriti maligni.
Altrove erano le castagne fuori dalla porta, altrove ancora si lavavano le mani tre volte e poi si metteva fuori un lumino, una bacinella e delle castagne.
Altrove ogni fuoco veniva spento e riacceso il tizzone attraverso un fuoco comune secondo rituale solito di purificazione e di consolidamento della comunità.

E dolcetto o scherzetto?
In questo mondo capovolto i poveri andavano di casa in casa a chiedere doni in cambio di una preghiera per l’anima, spesso anche i bambini, simbolo di rinascita, nuova vita, nuovo anno. Tutti si presentavano come incarnazione dei morti per confondersi nella processione, per passare inosservati, per esorcizzare la paura di essere in strada perché se da una parte si sperava nel ritorno del defunto, dall’altra si aveva paura di quel mondo che si avvicinava prima che il nuovo sole sorgesse a riportare nuova luce e rinnovato lavoro della terra.