2 Febbraio: il rituale delle candele e del fuoco per la purificazione e per scacciare le intemperie

febbraio 2, 2020 0 Di Alex Vigliani

Di Alex Vigliani
La luce veniva così chiamata a illuminare la notte per lenire il periodo dell’oscurità, festeggiando l’inizio del declino dell’inverno e quindi il ritorno delle lunghe giornate e del risveglio della terra.
Nel momento in cui l’Inverno si fa più duro, nei giorni subito successivi a quelli detti della merla, l’uomo tentava di riportare in modo anticipato la luce, il fuoco, il sole – sebbene fittizio – sulla terra nella speranza di una primavera quantomai anticipata.
Il fuoco prima e la candela poi diventano così il mezzo per propiziare il ritorno del calore, della luce e dunque della bella stagione.

Le calende contadine del 2 febbraio mutate dai culti all’uso agro pastorale servivano a prevedere i fenomeni meteorologici stagionali, cercando in parte di esorcizzarne gli aspetti più “violenti” e dannosi. Previsioni senza alcuna attendibilità scientifica, certo, che correlate però ad alcune posizioni e congiunzioni astrali dimostrano oggi, con una più ampia conoscenza, una certa veridicità. Segno, questo, che forse il mondo contadino di un tempo era parte – e davvero – dell’intersecarsi di cicli ed eventi naturali con cui l’uomo doveva per forza di cose convivere e sapeva comprenderne anche i più piccoli segni. Uno dei detti più famosi della Candelora, d’altronde, riprende proprio la capacità previsionale dei contadini stessi:
“A la cannelòra si chiòue i strjna nè gli’nuèrne stime déntre, ‘mprò si ncè glie sùle i fa la bòra dà glie’nuèrne stime de’ fòra!” con evidente riferimento ai 40 giorni di inverno ancora che ci aspettano nel caso di pioggia il 2 febbraio.
Ma le calende di febbraio non erano solo questo. Nel richiamo sociale, nella possibilità di ritrovarsi di nuovo intorno a un fuoco, cercavano di esorcizzare i giorni di febbraio, ultima – forse – vera prova prima dell’arrivo della primavera. Il 2 febbraio si provvedeva quindi all’accensione delle candele: per scacciare via il pericolo di grandini e intemperie. Ancora una volta, guardando al mondo contadino, forte si ripresenta il legame con il fuoco, sacralità antica, feticcio a rischiarare il cammino delle stagioni.

Con l’avvento del Cattolicesimo il rito della candelora prevede la benedizione delle candele a ricordare la purificazione post parto di Maria nonché la presentazione di Gesù al tempio 40 giorni dopo la nascita – ed ecco che tornano curiosamente i 40 giorni.
Il rito giungerebbe dall’antico costume dei Gentili ai temi della Roma pagana che in questo giorno in onore della Dea Februa con fiaccole accese andavano correndo per la città – i latori del fuoco, li ritroviamo ancora anche nella manifestazione delle “Stuzze” di Fiuggi in onore di San Biagio da cui è presa la foto.

Tuttavia, come sempre accade per le festività di matrice cristiana, l’origine del culto è da ritrovare altrove. Nei culti dei contadini, vicini e prossimi alle realtà dei popoli che hanno attraversato la nostra terra o a Roma stessa dove nell’urbe aeterna fiaccole e candele erano accese per la dea Februa, madre di Marte per l’appunto.
I februa erano panni di lana con cui si aspergeva il sangue delle vittime sacrificali o focacce di farro tostato con sale che teneva il littore quando si procedeva alla purificazione di una casa, oppure ancora fronde di un albero puro con cui i sacerdoti si adornavano le tempie.
Da februa derivava anche il verbo februare, purificare e febbraio era il mese della purificazione in cui compartecipava il culto della Dea Giunone.
L’ultima possibilità prima dell’addio al vecchio anno.
Il mese delle purificazioni che nel calendario arcaico attributo a Romolo era l’ultimo, preludeva alla rifondazione dell’anno nuovo in marzo: per prepararsi al passaggio era necessario purificarsi con una seria di riti entrando anche in comunicazione con i parenti morti durante i nove giorni di Parentalia.

 

Autore: Alex Vigliani
Fonti: Dizionario italiano frusinate Alfredo Carè, Calende dei contadini di Umberto Salerno, Lunario di Alfredo Cattabieni.

Foto: Michela Battisti