Il Monte Cifalco, storie di guerra raccontate dal vento

febbraio 5, 2020 0 Di Alex Vigliani

 

Camminare nel silenzio con il vento che gioca tra gli alberi. Quel silenzio dopo un trambusto che immagini appena e che ti sembra ancora più muto. E se stai appena un po’ attento quel vento ti porta la voce di quei morti in battaglia, di quei ragazzi sbalzati in aria con uno starnuto della storia, uccisi da una raffica o intrappolati sotto cumuli di pietra. E di quegli altri, divise di un altro colore, che arrancando su salite venivano falciati dalle MG 42, lanciati verso un destino che era una supposizione e che speravano probabilmente arrivasse in modo meno doloroso possibile.
Le strofe di una nota canzone di Fabrizio De André mi accompagnano. Piero e il suo dirimpettaio sono in ogni cosa. E poi bombe. Le senti? Quando cammini sul sentiero che porta alla vetta di Monte Cifalco. Fischiano. Cadono. Rituonano più forte di qualsiasi temporale. Se ti inoltri nelle radure di Monte Cifalco, lo sai che sei lì per un motivo. Che non è un luogo come un altro, che non è un panorama solito che guadagni da un’altura, che non è quel sentiero che farai correndo noncurante di quel che vedrai.
Monte Cifalco è l’occhio della Gustav.
Monte Cifalco è sudore, ferro, sangue e polvere da sparo. Ogni angolo, ogni buca sul terreno formatasi da un colpo d’artiglieria ti parla e racconta una storia.
Monte Cifalco, 947 m sul livello del mare, che si erge al di sopra della Valle del Liri e di Sant’Elia Fiumerapido e Valleluce.
E mentre cammini, mentre ti inoltri incrociando lo sguardo dell’Abbazia di Montecassino, non puoi fare a meno di scoprire quelle storie scavate nella roccia a partire dall’ottobre del ’43 e fino al febbraio ’44 quando cioè i soldati della Todt – rastrellarono abitanti di Sant’Elia Fiumerapido e Valleluce portando gli uomini abili a scavare rocce per farne gallerie, fortini, postazioni per quel conflitto che da guerra di movimento stava diventando di posizione.
Tane di volpe, così le chiama il maresciallo capo Buchner in alcune sue memorie citate nel sito Dal Volturno a Cassino. Le più grandi “tane” vengono dotate di due entrate (o uscite) affinché in caso di crollo durante i bombardamenti, un’apertura potesse sopperire all’occlusione dell’altra.
Vettovaglie e rifornimenti arrivavano da Valleluce, così come il vino immancabile “carburante” e a dorso di mulo. Quattro ore per salire fino alle postazioni.
In alcuni “fortini” si entra ancora, vicino alcuni si trovano ancora “ferri”. Ne ho trovati alcuni anche io che non sono un cercatore. Pezzi di artiglieria, mi ha detto uno che ne sa e che di queste schegge ne ha viste a milioni. Ma per me sono un tesoro di una storia che seppur vicina, ho sentito raccontare solo dai miei nonni.
Schiena china ci puoi ancora entrare nei fortini tedeschi, stando attento a non battere la testa tra rocce sporgenti, calcari mica duri, ma abbastanza per farti male. Entrando per un pezzo li puoi percorrere questi passaggi nella pietra nuda. Alcuni si perdono nella roccia che ha per metà altra roccia e servivano solo a ripari durante i bombardamenti per poi, una volta passato il peggio, tornare fuori. Riprendere posizione. Altri invece erano postazioni di tiro che davano sulla vallata, come nel caso del fortino nei pressi del romitorio di San Bartolomeo. Altri ancora infine postazioni di osservazione. Se ne contavano quasi una ventina durante la seconda guerra, mentre ora salendo, quelli quasi intatti non arrivano alla decina.
Intatti o meno, però, sfruttando le asprezze del Monte Cifalco, questi permisero ai soldati tedeschi, trasformando una guerra di movimento in guerra di posizione, di arroccare la difesa e tenere sotto scacco e sotto controllo qualsiasi movimento alleato. I tedeschi, soverchiati nel numero, riusciranno a respingere attacchi su attacchi permettendo di ritardare l’avanzata alleata grazie alla preparazione metodica delle linee di difesa.
Quel che importa, però, non è la nuda storia di un conflitto bellico di cui si è detto molto e che ogni giorno si allontana sempre più, bensì la ricerca, l’immedesimarsi in un luogo che non ha tempo. Farlo con lo spirito del viandante, dell’esploratore, che respirando il vento ne ascolta le storie.
Che non conosce nemici in quel luogo, perché in quel luogo ogni caduto è solo un uomo, un ragazzo, figlio di un secolo sbagliato.