La bellezza che non ti aspetti: Monte Pellecchia

febbraio 11, 2020 0 Di Alex Vigliani

Monte Pellecchia è una di quelle vette di cui non senti parlare ovunque, che riempie pagine e pagine di forum su internet o scatti fotografici da selfie a cullare l’ego dell’escursionista social.
1369 metri. Gli amanti delle grandi vette, i più esigenti, storceranno un po’ il naso. Ma la bellezza di una montagna non è cosa riferibile all’altitudine. E così non il panorama né il senso di appagamento che essa dà.
Il tetto dei Monti Lucretili – le vere montagne di Roma, perché da qui Roma si intuisce, si conosce, si vede – con i suoi 1369 m ha molto da raccontare mentre ci si “arrampica” sulle sue pendici alla scoperta dell’ultimo dono: un panorama incredibile che abbraccia Abruzzo e Lazio, le montagne, il mare.

La strada che si prende a Monteflavio è l’antica via delle nevi. A ridosso del sentiero ci sono ancora i resti di una chiesa che ha visto il mutar di toponimo a seconda dell’attività economica a essa collegata. Madonna alla neve santificata e raccomandata e così anche ai carbonai. Quattro sassi sulla sinistra, questo resta della chiesetta, raccontano di divinità, di fatica e lavoro, di speranze e preghiere.
Risalendo tra cespugli, maggiociondoli, carpini e ornielli, si superano macchie di piantumazioni alloctone, grandi conifere sempreverdi che han dovuto fare i conti con pascoli e venti forti, modificate, trasformate, violentate dall’azione esterna. Trasportate e abbandonate. Sedotte dalla terra, dalla terra scaricate.
Impluvi e costoni. D’un tratto sembra quasi di sentirlo il rombo del piccolo aereo i cui pezzi sono adagiati lungo un declivio e ogni anno vengono spinti sempre più verso valle dal ruscellamento delle piogge sul terreno.
Il Beechcraft C45, cassa da morto entro cui sono morte quattro persone. Da aereo divenuto imbarcazione che galleggia sulla terra e scivola verso un inferno di rottami. Decollato il 25 agosto 1960, nei giorni belli dell’Olimpiade di Roma, e andato a schiantarsi contro il Monte Pellecchia forse per un guasto meccanico. I nomi dei 4 militari a bordo restano impressi su una lapide sopra la vetta del Monte Pellecchia, nel luogo più bello e simile a un volo d’uccello perché dalla sommità del Pellecchia si domina la valle del Tevere e il Soratte sembra isola nel nulla mentre alle spalle si staglia l’imponente massiccio del Gran Sasso e le altre vette abruzzesi.